VERONA: FLAVIO TOSI, DA SINDACO A SINDACO, ECCO LA QUARTA GAMBA DEL CENTRODESTRA

VIA COL VENETO – di Romina CiuffaCapuleti e Montecchi, il clima a Verona è simile. L’amore non c’entra. Un nuovo sindaco da giugno, Federico Sboarina, e qui con me l’uscito, Flavio Tosi, che è stato primo cittadino per 10 anni rendendo la città una capitale d’Europa. I temi che affrontiamo con chi ha governato la città degli innamorati, della lirica, del marmo, dello Spritz, sono quelli dell’agognata (ma quanto?) autonomia del Veneto, degli scontri politici in seno alle divisioni del centrodestra, delle opere da realizzare o realizzate a Verona, della crisi dell’Arena (è del 16 ottobre l’incontro tra il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e Sboarina che ha sancito la fine del commissariamento. Tosi riassume l’accaduto degli ultimi anni: «Una pessima figura internazionale), della revoca del project financing per risollevare l’ex Arsenale austriaco «Franz Josef I» che da tempo attende una riqualificazione, del tema del degrado e dell’insicurezza balzato di recente alle cronache.

Espulso dalla Lega di Matteo Salvini nel 2015 durante il suo secondo mandato scaligero, Tosi – capogruppo per la lista Tosi all’opposizione, presidente dell’Autostrada A4 Brescia-Padova, segretario di Fare!, ed anche presidente di Federcaccia Veneto – è definito, insieme al suo movimento, la «quarta gamba del centrodestra»: l’alternativa a Salvini in un progetto che vuole raggruppare tutte le forze di centrodestra che attualmente non si riconoscono nei partiti tradizionali quali Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega Nord, caratterizzata da un pragmatismo «che va oltre i classici schemi ideologici».

Ecco come Tosi aborre il «periodo ipotetico dell’impossibile».

Domanda. Il Veneto è risultato in prima linea nella richiesta di autonomia dallo Stato centrale, grazie agli sforzi condotti dal suo leader Luca Zaia. A cosa porterà questo percorso, dal suo punto di vista di politico e di cittadino?
Risposta. Porterà a quello che è previsto dalla Costituzione, né più né meno di quello che immagino otterranno le altre Regioni che hanno avviato lo stesso percorso. È una trattativa tutto sommato neanche tanto complessa, aldilà dei proclami, che ha il seguente contenuto: lo Stato passa delle competenze e gira le risorse che spende per esse alla Regione di riferimento perché ne disponga autonomamente. Su questa base credo che il Veneto, la Lombardia, l’Emilia Romagna e chi altri decidesse di procedere in tal senso possano avere un gioco semplice, non ostacolato dal Governo, purché si resti in questo binario. È chiaro che se per fare campagna elettorale si immettono contenuti non praticabili, come la richiesta di trattenere il 90 per cento delle tasse nella Regione e diventare speciali come il Trentino Alto Adige, si rende tale percorso inutile e, a quel punto, non c’è via d’uscita perché la trattativa è impostata male a monte, non essendo in linea con la Costituzione.

D. A chi si riferisce in particolare?
R. Al Veneto. Mentre la Lombardia e l’Emilia Romagna hanno chiesto alcune deleghe, il Veneto oltre ad esse ha chiesto il 90 per cento delle tasse così come avviene in Trentino Alto Adige. Se segue questa impostazione, la nostra Regione non approderà da nessuna parte: lo Stato, su queste basi, neanche comincerà a trattare.

D. Perché è accaduto questo?
R. Il tema è elettorale: pur essendo Roberto Maroni dello stesso partito di Luca Zaia, mentre gli altri governatori mirano a portare a casa il risutato a Zaia interessa fare campagna elettorale. È un dato di fatto oggettivo: la prima uscita che ha fatto dopo l’esito referendario – poi rimangiata in un solo giorno in quanto bocciata da Forza Italia – è stata la richiesta di Statuto speciale. Così il governatore ha abbassato il tiro chiedendo comunque il 90 per cento delle tasse, anche questo impossibile per buon senso: lo Stato non può dare più risorse di quelle che spende, è una partita di giro e non può andare in difficoltà con i suoi conti. Glielo ha detto anche il deputato e vicesegretario della Lega Nord Giancarlo Giorgetti.

D. Ragionando sui temi specifici del Veneto, sarebbe giusto in effetti che si prendesse la specialità dello Statuto?
R. Se la ottenesse il Veneto, la pretenderebbero anche la Lombardia, il Piemonte, l’Emilia Romagna e quelle altre Regioni che avrebbero da guadagnarci, ma lo Stato fallirebbe poiché si regge sul residuo fiscale attivo di alcune Regioni – in particolare la Lombardia con circa 54 miliardi, il Veneto e l’Emilia Romagna con circa 15 – mentre altre come Sicilia, Calabria, Lazio, Campania, Trentino, drenano i soldi dallo Stato centrale. Porre una simile ipotesi equivale a formulare un periodo ipotetico dell’impossibile.

D. Lei a cosa punterebbe?
R. A portare a casa quello che è possibile portare. Al referendum ho votato sì. Lo Statuto speciale magari averlo, ma sono realista e so che è impossibile ottenerlo, inutile chiederlo.

D. Un commento veloce sulla situazione catalana?
R. L’autonomia di cui gode la Catalogna è già straordinaria, un grado altissimo, tranquillamente paragonabile a quella del Trentino Alto Adige, e non capisco per cosa protestino. Sono un federalista, non un secessionista. È chiaro che il Governo spagnolo gli abbia impedito di secedere.

D. A Verona in particolare, quali sono stati gli esiti referendari?
R. C’è stata un’affluenza non alta – il 46 per cento per la città in sé – rispetto alla media regionale che ha sfiorato il 60 per cento, per vari motivi. Come anche in altre votazioni, ad esempio la Brexit che ha avuto connotazioni diverse nelle grandi città e nei piccoli Comuni, l’affluenza è stata mediamente inferiore rispetto alla provincia. Siamo sempre stati considerati, e un po’ ci riteniamo, una «periferia dell’Impero»: Verona ha un rapporto di minore «affetto» rispetto al resto del Veneto, siamo «un po’ lombardi», ossia diversi come tutte le realtà di confine, e abbiamo anche una storia che è diversa: la Repubblica Serenissima è passata anche da Verona, ma per un periodo più breve e meno intenso.

D. Come si è verificato il passaggio dal suo mandato (doppio) al nuovo sindaco scaligero?
R. Il centrodestra si è presentato diviso. Sommando i voti che ha preso la mia coalizione – al primo turno il 24 per cento – a quelli del nuovo sindaco Sboarina – al primo turno il 29 per cento – e a quelli delle altre liste civiche, si arriva ai voti che normalmente prende il centrodestra a Verona, ossia circa il 60 per cento. Al ballottaggio sono andate le due coalizioni del centrodestra, rimanendo escluso il centrosinistra, e quelli che sono rimasti fuori dal ballottaggio hanno votato prevalentemente per il centrodestra tradizionale.

D. Oltre alla vittoria del nuovo sindaco, ci sono stati altri motivi che hanno portato «l’altro centrodestra» a vincere queste elezioni?
R. Sicuramente hanno inciso i miei rapporti con la Lega, da cui nel 2015 sono stato espulso da Salvini. Questo ha cambiato le prospettive sulla città. Già nel mio ultimo mandato avevo all’opposizione Forza Italia, il PDL, più in generale il centrodestra tradizionale, così come il centrosinistra e il M5S. L’unica forza in maggioranza con me negli ultimi 5 anni è stata la Lega. Ciò che è cambiato questa volta è che anche la Lega è passata dall’altra parte.

D. Perché è stato espulso da Salvini?
R. Un modo di vedere profondamente diverso, gli atteggiamenti rispetto all’uscita dall’euro, alla flat tax, alla secessione ed altro. Ci sono stati periodi in cui per Salvini chi stava nella Lega obbligatoriamente doveva sostenere l’uscita dall’euro o essere secessionista, cosa che non sono mai stato. Affrontiamo i temi politici con differenti approcci: io sono pragmatico, lui cavalca anche l’impraticabile. È la differenza che passa tra Salvini e Zaia da una parte, più populisti, e Maroni dall’altra, più pragmatico. Il populismo elettoralmente paga: Maroni ha fatto una campagna referendaria molto istituzionale, sui contenuti, non caricandola con tematiche indipendentiste, e in Lombardia è andato a votare il 40 per cento degli aventi diritto; da noi la campagna di Zaia ha portato a votare quasi il 60 per cento dei veneti.


Flavio Tosi e Matteo Salvini

D. In cosa si distingue principalmente la sua decennale gestione scaligera da quella che Verona si aspetta ora da Sboarina?
R. Verona, nei 10 anni della mia gestione, è passata dall’essere una città provinciale semisconosciuta all’essere una città europea, con un flusso turistico che è aumentato in maniera straordinaria e con grandi investimenti, rendendosi quello che oggi è il motore economico del Veneto rispetto a città, come Padova o Venezia, con le quali Verona si è sempre confrontata. Oggi è lei quella più dinamica, più attrattiva di investimenti, più ricca di potenzialità. Abbiamo fatto un salto di qualità. Sboarina nelle sue prime mosse ha cercato di bloccare alcune iniziative imprenditoriali già avviate, rischiando di portarle indietro. Dal mio punto di vista un sindaco deve favorire gli investimenti, non bloccarli.

D. Può essere più specifico?
R. Per esempio, per l’ex Arsenale austriaco, complesso in centro, avevamo completato la procedura per un project financing pubblico e privato di recupero, e il nuovo sindaco l’ha affossata a settembre con una delibera del Consiglio comunale. Avevo chiuso la gara, avevo assegnato il progetto; alla fine del mandato la nuova amministrazione starà ancora parlando di come risolvere la questione. La grande contraddizione è che il mio operato è stato votato a suo tempo dallo stesso Sboarina, che componeva la mia coalizione. Un altro esempio: avevamo previsto la trasformazione commerciale di una serie di immobili, la nuova Giunta ha dichiarato che la impedirà.


Federico Sboarina e Flavio Tosi

D. Questo avviene per dinamiche politiche, ossia di passaggio da un sindaco all’altro , o perché effettivamente ci sono divergenze nella visione della città che lui ha reso note in campagna elettorale, e per questo è stato scelto rispetto alla coalizione che lei rappresenta?
R. La cosa paradossale è che gran parte di coloro che sono ora nell’amministrazione attuale mi appoggiavano in uno dei miei due mandati, appartenevano alla mia maggioranza, erano d’accordo con il mio operato. Hanno fatto una campagna elettorale di contrapposizione: essendo loro la naturale omogeneità della mia squadra, in quanto la componevano – il sindaco è stato mio assessore nel primo mandato così come parte della sua Giunta, e alcuni attuali consiglieri comunali sono stati miei consiglieri comunali -, si sono dovuti differenziare in tutto e per tutto nonostante avessero votato in precedenza quanto ora stanno bloccando. Aspettiamo però la parte propositiva, è ancora troppo presto per parlare a quattro mesi dall’insediamento. Come avvenuto per l’ex Arsenale, pur proveniendo dalla stessa parte politica e avendo condiviso una serie di provvedimenti, i nuovi insediati hanno dovuto smentirli per non diventare solo una brutta copia della mia amministrazione. Il loro maggior sostenitore, oggi, è l’estrema sinistra, che ne elogia le scelte. È una cosa singolare, ma per me è normale rispetto a ciò che è stata la campagna elettorale, tanto è che l’estrema sinistra al ballottaggio li ha votati.

D. Rispetto all’Arena di Verona, lei l’ha seguita negli ultimi dieci anni fino al recente commissariamento. Come è possibile che un così importante e riconosciuto bene pubblico entri in crisi?
R. Il sold out dell’Arena è dovuto alle attività dell’extra-lirica, ossia a quelle che fanno i privati noleggiando di fatto il monumento; con la lirica viene venduta la metà dei biglietti. È un problema italiano, non veronese: il pubblico della lirica è generalmente in calo mentre il pubblico dell’extra-lirica è generalmente in crescita. Quando mi sono insediato, si facevano non oltre tre eventi l’anno di extra-lirica, oggi siamo a quasi 50. Ho differenziato il prodotto, portando l’extra-lirica in Arena. Ma oggi tutte le fondazioni liriche in Italia, a parte Milano e Venezia, sono in difficoltà: questo perché il modello di gestione è sbagliato, bisogna puntare su un modello più privatistico. Dopo aver fatto un lungo braccio di ferro con i sindacati, avevamo chiesto di mettere in liquidazione l’ente pubblico per trasformarlo in privato; con il commissariamento, invece, c’è da aspettarsi che nel giro di qualche anno le difficoltà finanziarie torneranno tante quante prima. Questo è il destino dell’Arena di Verona e di tutte le fondazioni liriche in Italia, che oggi hanno complessivamente 400 milioni di euro di debito, di cui 25 milioni sono veronesi. Alla fine dei conti, siamo tra quelli che stanno «meno peggio». Infatti le entrate, che prima erano migliori anche per la contribuzione pubblica, sono costantemente in calo.

D. Si attende un «Central Park» veronese, grande, immensa area che Rfi, Rete ferroviaria italiana, dovrebbe auspicabilmente passare al Comune. L’AD Maurizio Gentile ha rassicurato Verona. Cosa accadrà?
R. Questa amministrazione non rientra coi tempi nel compimento del programma perché le Ferrovie, proprietarie dell’area, hanno già dichiarato che non potranno liberarla prima del 2024, ossia oltre il mandato dell’attuale sindaco. Inoltre, sperare che le Ferrovie – le quali hanno valorizzato molte aree simili in altre città, come ad esempio Bologna – regalino al Comune mezzo milione di metri quadri, che frutta loro una voce in bilancio di circa 90 milioni, mi sembra sia una pia illusione. Anche da un punto di vista contabile il progetto è di difficile realizzazione, in quanto l’area è in parte di proprietà di Mercitalia Logistics, controllata delle Ferrovie dello Stato Italiane. Il mio predecessore Paolo Zanotto aveva proposto che metà dell’area – edificabile – restasse alle Ferrovie, e metà – il parco – venisse ceduta al Comune di Verona: questo, probabilmente, era un progetto più realistico.

D. La polemica sui tema sicurezza e degrado in città a Verona, esplosa poco dopo il nuovo insediamento, da cosa è stata generata?
R. Lo ha detto lo stesso segretario provinciale della Lega Paolo Paternoster in una conferenza stampa alla stazione: a Verona è peggio di prima. La sicurezza dipende da come si gestiscono le Forze dell’Ordine, in particolare la Polizia municipale. Vediamo cosa succederà. Stiamo documentando il problema sicurezza monitorando la presenza di senza fissa dimora e quant’altro, e lo facciamo andando in giro per le piazze, ai semafori, nei parchi, a filmare la situazione. Il coordinamento con le Forze dell’Ordine c’era già durante il mio mandato. Ma saranno i veronesi a valutare se le cose andranno meglio in questi anni. (ROMINA CIUFFA)




GIORGIA MELONI: IL FUTURO È UN DIRITTO CHE I GIOVANI DEVONO POTER ESERCITARE OGGI

Il futuro non è più quello di una volta. Lo si legge, come un brocardo, su molti muri, scritto da giovani writers inseguiti da provvedimenti che impediscono loro di fare graffiti per le città. C’è una verità formale e sostanziale in ciò che scrivono. Formale: l’arte cambia e ad essa devono adeguarsi le vecchie generazioni, i giovani hanno bisogno di esprimersi nei modi a loro più congeniali e di avere le attenzioni che la classe dirigente dedica solo a se stessa. Sostanziale: il futuro di ieri è stato pensato solo come privilegio degli adulti di oggi. Ai giovani restano precarietà, immobilizzazione, riforme sbagliate, sfiducia nel sistema, fuga di cervelli, futuro incerto. Per questo il Ministero della Gioventù è stato affidato a una giovane guida, Giorgia Meloni, classe 1977, in grado di comprendere le esigenze delle nuove generazioni senza suggestioni provenienti dal passato, ma con il pragmatismo che è il futuro a richiedere perché i giovani di oggi possano crescere.

Domanda. «Diritto al futuro» è, per questo Ministero, un progetto concreto. Di cosa si tratta?
Risposta. Di diritto al futuro parliamo con riferimento a un pacchetto di provvedimenti per i quali il Ministero della Gioventù ha mobilitato complessivamente 300 milioni di euro. Si tratta di una serie di iniziative tese a combattere la condizione di precarietà con la quale i giovani si confrontano giornalmente, aventi un grande comune denominatore: investire nella persona, rifiutare l’assistenzialismo generalizzato e difendere il doppio principio dell’uguaglianza e del merito. Da una parte, intendiamo costruire una società in grado di dare a tutti le medesime condizioni di partenza, rimettendo in moto l’ascensore sociale che in Italia è bloccato da una serie di rendite, privilegi, barriere; dall’altra, vogliamo che questa uguaglianza diventi presupposto per la meritocrazia: una volta garantito lo start, chi corre più veloce arriverà più lontano e prima.

D. Quali sono i temi centrali del futuro?
R. Abbiamo affrontato, con lo stesso provvedimento, due grandi emergenze italiane: la disoccupazione giovanile e la denatalità. In Italia ci si sbraccia più sul diritto di abortire che su quello di mettere al mondo un bambino. Oggi una donna su quattro che partorisce non rientra al lavoro, la scelta della genitorialità è sempre meno popolare e i figli sono diventati un bene di lusso; per questo va premiato e incentivato il binomio responsabilità-merito, che è sotteso a una scelta tanto impegnativa. Abbiamo anche previsto un plafond di 50 milioni di euro che consente di dare a tutti gli under 35 con figli, precari o disoccupati, una dote di 5 mila euro da portare nell’azienda che li assume a tempo indeterminato.

D. Il problema della disoccupazione si aggrava. Qual’è la vostra posizione?
R. Ci siamo posti il problema del precariato e delle ragioni per cui un modello funzionante negli altri Paesi produce, nel nostro sistema, conseguenze invece inaccettabili. La difficoltà che i giovani hanno in un contesto flessibile non è data, a mio avviso, dalla loro indisponibilità ad accettare una vita lavorativa versatile, ma dall’inadeguatezza e dalle resistenze della società che li accoglie ad uniformarsi a questo cambiamento: oggi una posizione atipica rende il lavoratore «figlio di un Dio minore», poiché non garantisce le opportunità che derivano da un contratto a tempo indeterminato. Oltre al problema pensionistico, nell’immediato prevale l’incapacità del sistema di adeguarsi alle nuove forme laburistiche che, anche quando prevedano prospettive di stabilizzazione, non sono ritenute rilevanti ai fini dell’accesso al mercato del credito. Le banche non concedono mutui, la discriminazione parte da qui. Per questo abbiamo destinato 50 milioni di euro per il fondo di garanzia sull’acquisto della prima casa: lo Stato garantisce il mutuo al 70 per cento fino a 200 mila euro per giovani coppie, single con figli e giovani famiglie il cui reddito derivi per più del 50 per cento da lavoro atipico.

D. È innegabile, però, che i problemi derivati dall’incertezza investano tutti, non solo i giovani genitori, e che la genitorialità è ormai un’opzione e non più lo sviluppo naturale di un percorso medio. Ciò avviene non solo per il cambiamento dei valori in uso, ma anche e soprattutto per l’impossibilità di decidere di essere genitori senza avere un lavoro, una casa, un futuro; un circolo vizioso in cui, se i giovani non genitori non sono aiutati, difficilmente possono accollarsi la responsabilità di un figlio. Sono discriminati?
R. Questi sono problemi reali e riguardano tutti, non solo i nuclei familiari. Lo Stato però ha risorse limitate e lavora su priorità che lo portano ad investire sugli ammortizzatori sociali, lasciando prevalere il cosiddetto «favor familiae» e il problema della rigenerazione della società, ma senza per questo disconoscere i single, le coppie di fatto senza figli e le coppie omosessuali: non è una questione morale, ma esclusivamente economica.

D. Dopo gli studi, i giovani non trovano e a volte non cercano lavoro. In che modo il suo Ministero affronta il problema?
R. Ci siamo posti il problema di come aiutare a combattere il gap presente nel nostro sistema tra istruzione e mondo del lavoro, cominciando a incrementare le iniziative di job placement all’interno delle scuole e dell’università. Abbiamo portato avanti un progetto, il Global Village Campus, oggi rinominato Campus Mentis, suddividendo in cinque gruppi 600 tra i migliori laureati italiani, mettendoli per cinque settimane in contatto con i responsabili delle risorse umane del mondo imprenditoriale italiano e internazionale operativo in Italia. Tre gli obiettivi: dare un segnale ai ragazzi sull’investimento che lo Stato è in grado di compiere su di loro; mostrare al mondo imprenditoriale le capacità di questo straordinario materiale umano non sfruttato; fare formazione rispetto all’ingresso nel mondo del lavoro. Il progetto pilota ci ha dato ottimi risultati: entro l’anno dal suo avvio il 77 per cento dei giovani partecipanti ha ricevuto significative proposte di lavoro. A partire da quel successo, nella seconda edizione abbiamo investito ulteriori risorse e collaborato con l’Università La Sapienza di Roma coinvolgendo 1.800 ragazzi, ossia triplicando i numeri e creando tre campus, in Veneto, in Sicilia e a Roma, che nei prossimi tre anni diverranno 20 in tutto il territorio nazionale e coinvolgeranno 20 mila ragazzi. Se il dato del 77 per cento dovesse essere trasferito da 600 a 20 mila partecipanti, parleremmo di un’iniziativa strutturale significativa. Ciò dipenderà non solo da noi, ma dalla situazione politica che troveremo.

D. All’estero i giovani escono di casa molto presto e si pagano gli studi da sé. Cos’è che blocca l’Italia?
R. L’assenza di strumenti per i nostri giovani, quale quello del «prestito d’onore». Questo resta il modo più semplice per chiamarlo, ma dovremmo cancellare dalla nostra mente l’idea che tale locuzione evoca in Italia, diversa dal resto del mondo. Nelle grandi democrazie occidentali è un sistema rodato che consente ai giovani di mantenersi da sé attraverso un prestito che poi restituiranno quando saranno nella condizione di farlo. Barack Obama ha studiato all’università grazie all’esistenza di un mondo del credito che ha investito su di lui: il presidente americano ha più volte dichiarato di aver finito di restituire il prestito da poco. Oltre al fattore economico immediato, ce n’è uno diverso: frequentare l’università sentendo il peso personale dell’indebitamento pone in una condizione psicologica diversa, che è di maggiore responsabilità. È necessario creare un’alternativa al rifugio nella solidità della famiglia. Il nostro Ministero ha dedicato agli studenti 18 milioni di euro, per finanziare una somma fino a 25 mila euro in cinque anni, dando loro l’onere della restituzione solo dopo un certo numero di anni. Questo è un provvedimento che in realtà non vorrei rifinanziare: nel mondo anglosassone lo Stato non entra minimamente, è una cosa tra privati; noi siamo costretti ad intervenire poiché è assente un tale meccanismo virtuoso, ma con ciò speriamo di dimostrare al sistema del credito che conviene investire sui ragazzi, perché domani questo circolo possa andare avanti senza l’impegno di fondi pubblici.

D. Come favorire l’imprenditoria giovanile in questo clima di pessimismo crescente?
R. Tra le nostre misure, il Fondo Mecenati riguarda il sostegno al talento e si fonda sull’alleanza tra pubblico e privato nell’investimento sugli under 35. Ogni anno in Italia alcune grandi aziende, fondazioni, organizzazioni private investono fondi propri a favore di giovani meritevoli indicendo concorsi, mettendo in palio borse di studio, portando avanti una serie di iniziative per aiutarli ad aprire un’impresa. Abbiamo deciso di riconoscere il valore sociale di tali azioni per moltiplicare le risorse, cofinanziando al 40 per cento le iniziative dei privati che investono sugli under 35 in alcuni settori che secondo noi sono strategici.

D. In che modo sviluppare la ricerca?
R. Finanziando prioritariamente gli spin off universitari, ossia la trasformazione dei risultati della ricerca in attività produttive. In Italia non trasformiamo le ricerche in attività commerciali. Dal 2000 ad oggi sono stati depositati oltre 100 mila brevetti: di questi nemmeno 700 hanno avuto un seguito. Certo non tutto ciò che viene brevettato è significativo, ma tra le 100 mila idee presentate e le 700 sviluppate è molto probabile che alcune, opportunamente monetizzate, avrebbero potuto contribuire alla nostra economia.

D. Oltre a questo pacchetto, quali altri progetti stanno maturando?
R. Ai cinque provvedimenti di «Diritto al Futuro», si aggiungono altre questioni che il Ministero della Gioventù tiene in considerazione, tra cui il coinvolgimento degli enti locali. Stiamo portando avanti discorsi a cerchi concentrici con i Comuni, le Province e le Regioni, per centrare gli stessi obiettivi, includendovi il filone della valorizzazione della cultura d’impresa. Il problema è legato all’assenza di ascensore sociale: in Italia a dar vita a un’impresa sono sempre gli imprenditori esperti, gli altri hanno la percezione che gli ostacoli da rimuovere siano troppi. Mancano informazioni e formazione su opportunità, leggi, agevolazioni, contributi, aspetti legali. Il nostro sistema di istruzione è culturamente tarato sul lavoro subordinato, che insegna a cercare lavoro e sprona poco a divenire datori. Abbiamo tentato di fare formazione con una serie di iniziative: abbiamo emesso un bando del valore di oltre 4 milioni di euro, rivolto alle associazioni studentesche che presentino progetti in collaborazione con le Università, e alle organizzazioni giovanili degli imprenditori; attualmente sono aperti in 21 Università centri per la valorizzazione della cultura di impresa, nei quali alcuni esperti accompagnano, per i primi due anni di start up, tutti i ragazzi che intendono avviare una impresa.

D. Quali altre iniziative avete preso?
R. Abbiamo dato vita a un portale, www.giovaneimpresa.it, dedicato all’imprenditoria giovanile, che offre tutte le informazioni e la consulenza necessaria gratuitamente. Ad esso collaborano tutte le associazioni giovanili imprenditoriali che ci aiutano a fare consulenza on line. Abbiamo stilato una serie di alleanze tra categorie professionali che, attraverso il Ministero della Gioventù, si sono impegnate a rivolgere ai ragazzi consulenza anche online, gratuita o alla minima tariffa. E abbiamo in cantiere un’iniziativa più strutturale che riguarda la leva fiscale: una tassazione al 10 per cento per tutte le imprese giovanili di nuova costituzione.

D. Qual’è la sfida di questo Ministero?
R. Non di certo risolvere la questione giovanile con un Ministero senza portafoglio, ma divenire l’interlocutore del Consiglio dei ministri a 360 gradi, perché in tutto quello che il Governo fa c’è un elemento che coinvolge le giovani generazioni, ossia il futuro. La mia generazione ha ereditato l’assenza di sensibilità da parte delle generazioni precedenti nei confronti di quelle a venire. Abbiamo avuto anni di grande ricchezza economica, che le classi politiche hanno dilapidato per garantirsi consenso immediato, ed oggi paghiamo pensioni a chi ha smesso di lavorare a 40 anni. Voglio invertire questa tendenza e pormi il problema di quello che sto lasciando dopo di me: in questo le riforme della scuola e dell’Università costituiscono un segnale centrale.

D. Riforma della scuola e dell’Università: qual’è la sua posizione?
R. Il problema è nella difficoltà che si incontra ogni volta che cambia un Governo: si tende a modificare il sistema esistente migliorandolo anziché annullarlo, perché ciò costerebbe di più. Prima del sistema va riformata la cultura: tendiamo a parlare di scuole e università prevalentemente per i 5 mila che all’interno vi lavorano, senza porci il problema di quelli che vi studiano e preoccupandoci più di dare posto a 10 mila insegnanti che ad impegnare gli studenti per il futuro. Oggi ci sono 327 facoltà che non hanno più di 15 studenti e 37 corsi di laurea con uno studente. Questo Governo ha fatto scelte coraggiose. Al netto della questione tagli, che è stata recuperata trattandosi, a conti fatti, di un taglio del 3 per cento che, ponendo attenzione agli sprechi delle nostre università, potrebbe esser recuperato, oggi si stanno realizzando progetti che il movimento studentesco ha sognato per 20 anni. È l’esempio del giudizio sulla qualità dell’insegnamento, delegato agli studenti. Abbiamo dovuto varare una legge per combattere prassi intollerabili e inadeguate, addirittura per dire che «chi ha una cattedra deve andare ad insegnare». Nella legge di riforma dell’università è specificato che i docenti devono firmare il tesserino, dimostrare di essere stati per un certo numero di ore all’interno dell’Università e che quelle ore siano destinate agli studenti. Abbiamo fatto una legge per dire che non possono essere inseriti parenti nelle cattedre. Ne abbiamo varato un’altra per dare maggiore credibilità al tema della ricerca, richiedendo la dimostrazione in 6 anni che la ricerca per cui si occupa un posto universitario è utile, e solo in tal caso da ricercatori si può divenire docenti o associati. Non concepiamo l’idea di ricercatore a tempo indeterminato, cosa che non succede in nessuna altra parte del mondo. Uno dei problemi è l’uso della scuola come ammortizzatore sociale riducendo, anche tramite stipendi molto bassi, l’autorevolezza e la qualità dell’insegnamento; abbiamo trasformato i nostri docenti nei peggiori d’Europa e questo ha anche abbattuto la loro passione nel proprio mestiere. Abbiamo abolito una serie di sperimentazioni, dato vita a una semplificazione del sistema e rimesso in piedi tutta la grande questione degli istituti tecnici e professionali. Insegnavano una divisione tra «chi pensa» e «chi fa», ed ora è necessario rivalorizzare la creatività dei secondi, gli unici in grado, nelle specificità italiane, di non essere soggetti alla concorrenza cinese. Se riuscissimo ad avviare un’offensiva culturale per restituire valore a chi crea, avremmo posti di lavoro già disponibili per una serie di mestieri legati all’artigianato. È necessario tornare all’umiltà. Può capitare di dover fare un lavoro meno prestigioso di quello per cui si è preparati, ma è solo un passaggio di cui il Paese ha bisogno per andare avanti con l’economia, che rispecchia la cultura della gavetta iniziale.

D. Gli italiani restano ancora a casa?
R. Sono molte più le donne, rispetto agli uomini, ad uscire dalla casa familiare prima dei 34 anni. Ciò non è nemmeno legato alle opportunità, perché le donne storicamente ne hanno meno degli uomini, bensì si ricollega alla maggiore autodeterminazione femminile che non rende drammatico l’impatto con l’indipendenza.

D. I giovani avranno la pensione?
R. La nostra generazione avrà le pensioni, ma non quelle che conoscevamo: andremo in pensione non prima dei 65 anni e la nostra sarà presumibilmente più bassa di quella che avremmo avuto con il sistema retributivo. Pochi di noi arriveranno a prendere l’80 per cento della retribuzione come prevedeva il sistema retributivo. Oggi le pensioni sono assolutamente inadeguate, vanno fatte riforme strutturali e combattute una serie di discriminazioni tra contratti di lavoro subordinato e nuove forme di flessibilità.

D. L’obiettivo primario del Ministero?
R. Lavorare sulle competenze e rendere la nuova generazione più valida di quella precedente.    (ROMINA CIUFFA)

Anche su SPECCHIO ECONOMICO – Febbraio 2011